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Min bok hamnade i Umeås Akademibokhandel, såldes slut på några dar, och har börjat få fina recensioner.

Min bok hamnade i Umeås Akademibokhandel, såldes slut på några dar, och har börjat få fina recensioner. submitted by xoldsteel to sweden [link] [comments]

Keto Premiere Sverige, Recensioner Var Man Kan Köpa & Pris

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http://www.sverigetillskott.se/keto-premiere-sverige/
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submitted by ketopremieresverige to u/ketopremieresverige [link] [comments]

Hittade mina gamla recensioner på Google Play. (02a)

Hittade mina gamla recensioner på Google Play. (02a) submitted by Nikobr02 to unket [link] [comments]

Sì. Questa è una vera recensione su brawl.

Sì. Questa è una vera recensione su brawl. submitted by Ciaooooooone to memesITA [link] [comments]

Una fantastica recensione di YouTube kids

Una fantastica recensione di YouTube kids submitted by ranieripilar04 to memesITA [link] [comments]

L'avevo fatto un po di tempo fa però ora voglio la recensione

L'avevo fatto un po di tempo fa però ora voglio la recensione submitted by D_max97 to TheMEMErluzz [link] [comments]

Google Play Recensioner Gott Folk

Google Play Recensioner Gott Folk submitted by AffeDaBoss to sweden [link] [comments]

Den här personens Google-recensioner är guld värda: ”har man riktig tur så kan man här få se några autentiska människor (män i skor) innan alla skådespelare bokstavligen besudlar hela området”

Den här personens Google-recensioner är guld värda: ”har man riktig tur så kan man här få se några autentiska människor (män i skor) innan alla skådespelare bokstavligen besudlar hela området” submitted by raskidaski to sweden [link] [comments]

X RECENSIONE: Sito web esame

Visto il format portato ieri su questo, recensisci sto sito web in html/php fatto per l'esame di stato l'anno scorso in periodo di covid. Parere
http://gianluigicorsoweb.altervista.org
submitted by Gwalkerz7 to enkk [link] [comments]

Stötte på det här för nått år sen på Google play och tyckte att det var värt att dela här. Detta är alltså recensioner på IKEAs app

Stötte på det här för nått år sen på Google play och tyckte att det var värt att dela här. Detta är alltså recensioner på IKEAs app submitted by Leo_nbck to sweden [link] [comments]

Questa è veramente una recensione su un gioco che non mi ricordo ....... non dico niente

Questa è veramente una recensione su un gioco che non mi ricordo ....... non dico niente submitted by YianReish to memesITA [link] [comments]

Recensione assolutamente non bottata nono

Recensione assolutamente non bottata nono submitted by KJ_kidra to memesITA [link] [comments]

Arrestato per una recensione online di un albergo

Arrestato per una recensione online di un albergo submitted by disinformatico to disinformatico [link] [comments]

Torniamo a parlare di browser. Su Android c'è davvero l'imbarazzo della scelta tra DuckDuckGo Browser, Firefox, Brave e molti altri. Ecco una piccola recensione di Bromite, un browser davvero super veloce!

Torniamo a parlare di browser. Su Android c'è davvero l'imbarazzo della scelta tra DuckDuckGo Browser, Firefox, Brave e molti altri. Ecco una piccola recensione di Bromite, un browser davvero super veloce! submitted by skariko to LeAlternative [link] [comments]

Recensione. George Vigarello: L'abito femminile. Una storia culturale

Recensione. George Vigarello: L'abito femminile. Una storia culturale
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C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile? Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?
Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di George Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.
Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili. Le rotture sono rare. Lo sono, per esempio, con la Rivoluzione francese, che si sbarazza del corsetto e lascia libero il corpo femminile di muoversi con leggerezza rapidità e di essere visto o intuito in molte sue parti. Ma la rottura rivoluzionaria, che rimanda a una “parità” tra uomo e donna, è una anticipazione, un periodo breve, proprio come è breve quel momento di emancipazione femminile: nel 1816 il divorzio viene abolito e la libertà sociale delle donne viene progressivamente ridotta.
Così, mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.
Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile si democratizzano. Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte.
Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.
Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile.
Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo altri percorsi.
L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.
Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni.
Buona lettura.
submitted by lostorico to Libri [link] [comments]

Ecco la mia #Recensione e #Classifica (#TierList) definitiva su tutti gli #AssassinsCreed!

Ecco la mia #Recensione e #Classifica (#TierList) definitiva su tutti gli #AssassinsCreed! submitted by MrWatty97 to u/MrWatty97 [link] [comments]

La mia recensione del romanzo Oltre l’ignoto di James Gunn

La mia recensione del romanzo Oltre l’ignoto di James Gunn submitted by NetMassimo to oknotizie [link] [comments]

La mia recensione dell'episodio “Una morte certa” (“A Certain Doom”) della serie “The Walking Dead”

La mia recensione dell'episodio “Una morte certa” (“A Certain Doom”) della serie “The Walking Dead” submitted by NetMassimo to oknotizie [link] [comments]

Recensione. Eugenia Tognotti, La "spagnola"in Italia. Storia dell'influenza che fece temere la fine del mondo (1918-19)

Recensione. Eugenia Tognotti, La
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Molto opportunamente l’editore Franco Angeli ripubblica, in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia. Naturalmente un editore fa il proprio mestiere (che è quello di vendere) ed è naturale che in tempi di pandemia ai lettori venga la curiosità di fare confronti. E il confronto con la “spagnola” è scontato.
Questo aspetto del marketing però non sminuisce affatto l’importanza di questo libro. A ragione Adriano Prosperi ha sostenuto che nei momenti di forte tensione i popoli fanno emergere la loro natura profonda. La pandemia di “spagnola” fu un evento sconcertante, che si fuse con quello altrettanto drammatico della Grande Guerra (su come fu vissuta dagli italiani la prima guerra mondiale vedi Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Anzi, per certi aspetti lo fu ancora di più non soltanto perché la “spagnola” fece più morti del conflitto, ma anche perché si trattò di una malattia completamente nuova che, inevitabilmente, generò sconcerto, incertezza, panico, resuscitando antiche paure.
Che si trattasse di una malattia nuova emerge chiaramente dalla miriade di osservazioni più disparate e quasi sempre discordanti che i medici diedero della malattia:
alcuni ci dissero che era una cosa da ridere […] altri che si trattava di influenza estiva; altri ancora misero in ballo i pappataci, poi la cosiddetta “febbre dei tre giorni”; e finalmente si disse: è influenza spagnola […]. Cosa sia poi questa influenza spagnola ancora non si sa (p. 51 e n. 121).
Le difficoltà nel comprendere la natura dell’epidemia furono dovute anche al fatto che il conflitto mondiale compromise la possibilità di coordinare la ricerca scientifica sul piano internazionale, ed è una componente di cui si deve tenere conto. (Infatti il nome dato alla malattia, “spagnola” si dovette al fatto che la Spagna, paese neutrale, fu l’unico paese a lasciar filtrare informazioni sulla gravità dell’epidemia).
Se medicina e scienza non avevano risposte attendibili sulla eziologia della malattia (sulla quale si vedano anche le osservazioni di Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola), uno stato e una condizione di inquietudine non potevano non diffondersi tra la popolazione. Tanto più che la censura di guerra, che mutilava inesorabilmente tutte le notizie che si supponeva deprimessero il morale della popolazione, contribuiva a creare confusione e sospetti: “il credito attribuito alle informazioni ufficiali”, osserva giustamente l’A. “doveva essere bassissimo” tra la popolazione (p. 123).
La stampa venne a trovarsi in una situazione oggettivamente difficile. Le direttive governative e militari imponevano di “minimizzare e tranquillizzare” lettori e cittadini (p. 120) e questo comportava omissioni sulla reale mortalità della malattia, descrizioni edulcorate della situazione generale e paragoni non veritieri con altri paesi. Ma la popolazione doveva districarsi tra le limitazioni della vita sociale – dapprima inviti e poi divieti di frequentare locali pubblici, tram, treni, di far visita a malati, il divieto di funzioni religiose e la partecipazione ai soli famigliari ai familiari dei deceduti ecc. -, avvertiva l’odore delle disinfestazioni un po’ ovunque e, in ogni caso, apprendeva informazioni ben diverse da conoscenti e vicinato. Dall’altra parte, sebbene l’analfabetismo non fosse stato ancora sconfitto in molte regioni, erano moltissimi i soldati che al fronte avevano imparato a leggere e a loro era indirizzata tutta una pubblicistica tesa a mantenere alto il morale delle truppe. In breve, conciliare gli ordini di ridimensionare l’ampiezza e la gravità della pandemia e l’incentivo a tenere vivo il morale delle truppe divenne un esercizio sempre più difficile.
Fu soprattutto con la devastante seconda ondata che divenne impossibile occultare lo stato reale delle cose. Come accennato all’inizio col riferimento a un’affermazione di Prosperi, questo fatto portò alla luce alcuni problemi antichi del Paese: oltre all’insufficienza di posti letto negli ospedali e alla inadeguatezza di molti di questi, si palesò anche una grave insufficienza nella disponibilità di medici e di medicine (pp. 65 e ssgg.). Molti medici condotti lamentarono l’ampiezza spropositata delle loro condotte mediche e l’impossibilità materiale di servire adeguatamente la popolazione. Certo, la classe medica era stata quasi tutta rastrellata e inviata al fronte, ma quelli lamentati erano mali antichi, così come lo erano le incombenze eccessive che ricadevano sui Comuni (in proposito vedi, Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).
Lo stesso discorso vale per i “rimedi”, sia quelli adottati in autonomia dalla popolazione come il consumo di bevande alcoliche, sia quelli adottati dai medici, come il salasso, i bagni caldi, i purganti e gli “impacchi senapati”, rimedi antichi, se non antichissimi, adottati più che per la loro reale (in)efficacia, per rassicurare una popolazione che, conoscendoli da tempo, si sentiva in qualche modo confortata (vedi, ad esempio, p. 87). Speculare era la reazione della popolazione: poste di fronte alla impossibilità di capire, poco fiduciose delle contrastanti spiegazioni mediche, le masse di aggrappavano a interpretazioni consolidate come l’alterazione dell’aria (p. 131).
E ancora, l’apparizione sul mercato di “rimedi” confezionati alla meglio da ciarlatani e imbonitori, rimandava alle difficoltà sofferte dalla medicina ufficiale per imporsi e manifestava una sua superiorità non completamente affermata e definitiva. Del resto (e Tognotti giustamente lo sottolinea), a leggere le raccomandazioni e le precauzioni dei medici e dei Municipi si delineava una descrizione delle cose che combaciava con una realtà che era presente solo in minima parte del Paese ed era goduta da una parte assolutamente minoritaria della popolazione: la cura e l’igiene personale, la possibilità di mettersi a letto e riposare alle prime avvisaglie della malattia, una dieta variegata erano precetti che in pochissimi potevano permettersi di seguire (ad esempio, p. 86). Ecco allora che la tensione indotta dal dilagare della malattia finiva per mostrare il volto vero del Paese e i problemi irrisolti che ricadevano sulle spalle della popolazione più povera. La quale abitava in quartieri avvertiti come pericolosi focolai di infezione e doveva destreggiarsi col lievitare proibitivi dei prezzi di medicinali (spesso pubblicizzati sulla stampa come miracolosi) la cui efficacia era quanto meno dubbia e che andavano a sommarsi alle enorme difficoltà di procurarsi generi di prima necessità (ad esempio, p. 127 e ssgg.).
L’incontro tra queste deficienze radicate nella storia del Paese e la impossibilità di comprendere esattamente cosa stesse accadendo creava cortocircuiti nella reazione e nei comportamenti: “tutti i medici poi sono concordi – pare impossibile tra tanta disparità di pareri – nel convenire che il medicamento più utile nel tenere lontano l’influenza è quello di non avere paura” scriveva, non senza ironia, Il Resto del Carlino. Atteggiamento che poi si sarebbe tradotta in sfiducia nella medicina e nella scienza in generale (vedi p. 133).
Nel leggere queste reazioni e quelle relative alla “morte civile” di paesi e attività produttive temporaneamente sospesi o agli effetti della “desacralizzazione della morte” su famigliari e conoscenti che assistono impotenti al continuo mietere di vittime, alla mente del lettore non possono non affacciarsi considerazioni sulla epidemia che stiamo attraversando.
Ma Tognotti è studiosa troppo accorta per cadere nell’errore di applicare al passato sensibilità e convinzioni del presente. Siamo di fronte a un libro che mostra una padronanza sicura dei ferri del mestiere – l’A. utilizza le non molte fonti archivistiche disponibili, stampa e statistica – fondendoli in una narrazione avvincente, di piacevole lettura e di forte empatia con le vittime di quella strage silenziosa.
Se, come ha giustamente notato Roberto Bianchi in un articolo disponibile su Amici di Passato e Presente gli storici hanno spesso trascurato questa terribile epidemia (vedi Alcuni articoli sulla “spagnola”), Tognotti ne illumina gli aspetti più importanti con un libro che merita di essere letto e approfondito.
Buona lettura.
submitted by lostorico to Libri [link] [comments]

Recensione a Richard J Evans: Il terzo reich al potere. 1933-1939

Recensione a Richard J Evans: Il terzo reich al potere. 1933-1939

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Nell’interrogarsi sulle origini della seconda guerra mondiale, Eric Hobsbawm nel suo “Secolo breve” con una battuta afferma che si potrebbe rispondere in due parole: Adolf Hitler. Subito dopo precisa che, naturalmente, le cose sono un po’ più complesse, ma la battuta mantiene il suo valore di fondo. Anche Richard J. Evans in questo libro magistrale dimostra abbondantemente che la guerra fu fin dall’inizio l’obiettivo fondamentale di Hitler e del nazismo.
Evans è autore di una triologia di grande successo di pubblico e di critica. Iniziare a parlarne dal secondo volume può essere discutibile, ma la scansione dei tre volumi li rende, benché connessi, indipendenti uno dall’altro. Semplicemente mi è capitato tra le mani prima il secondo volume, incentrato sul “Terzo reich al potere. 1933-1939” del primo volume.
Evans ha scelto una suddivisione tematica del libro: le sette parti che lo compongono prendono in esame repressione e polizia; propaganda e cultura; religione e educazione; economia e società; vita quotidiana e antisemitismo e politica razziale e, infine, politica estera.
Questo taglio tematico fa sì che alcuni argomenti si ripresentino più volte all’interno del testo ma le grandi capacità di scrittore di Evans mantiene costante e vivissimo l’interesse del lettore.
Discutere di ogni singolo aspetto comporterebbe scrivere parecchie pagine. Perciò, anche per lasciare al lettore il gusto della lettura, mi limito a indicare alcuni temi che mi sono parsi centrali e importanti nel libro.
Il primo dato su cui è bene soffermarsi è dato dal fatto che le componenti dell’ideologia nazista non erano nuove e si trovavano tutte, più o meno, nella società tedesca molto prima del 1933. La novità portata dal nazismo consistette nell’integrarle in un insieme coerente. Altrettanto importante è il richiamo dell’attenzione di Evans sulle somiglianze spesso eclatanti tra alcune delle politiche del Terzo Reich e quelle perseguite altrove in Europa e non solo negli anni Trenta. Evans sottolinea il rapido ed esteso cambiamento operato dal regime nazista, ma sottolinea anche la continuità con il passato. L’argomento centrale è che mentre lo Stato è stato portato sotto il totale controllo nel giro di pochi mesi, per molti versi la società è cambiata molto poco in questi anni, almeno per l’ampia massa della popolazione abbastanza fortunata da non rientrare nelle odiate categorie del governo. Amministrazione, burocrazia e per certi aspetti la vita delle università (che conobbero comunque un consistente calo di iscrizioni almeno in alcune facoltà), seppur “nazificate” almeno negli organismi direzionali e epurate dal personale di origini ebraica, e talvolta in contrasto con gli enti del partito, mantennero sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.
La stessa “notte dei lunghi coltelli” che ridimensiona drasticamente il potere delle camicie brune è una brutale operazione di “normalizzazione” del regime il quale, cancellando nel sangue la possibilità di una seconda, radicale ondata rivoluzionaria, apre la strada a patteggiamenti di Hitler col mondo industriale, affaristico e con l’esercito. L’A. presenta questo evento come una strategia volta a distruggere qualunque forma di opposizione, sia interna che esterna. Evans vi vede una interconnessione delle persecuzioni del regime contro tutti i suoi nemici, che dovrebbero essere affrontate nel loro insieme. Questa strategia si inserisce anche nella più ampia tesi dell’autore, che sottolinea il terrore nazista laddove alcuni storici l’hanno minimizzato: il regime intimidì i tedeschi per ottenere l’acquiescenza; “la minaccia di essere arrestati, accusati e imprigionati […] incombeva su ogni cittadino del Terzo Reich, perfino […] sui membri del Partito nazista stesso” (p. 111). Il terrore è uno dei tratti distintivi del terzo reich. La stessa Gestapo era in realtà un organismo molto piccolo: a renderla tenutissima dai cittadini era la convinzione diffusa tra la gente che, all’opposto, la polizia segreta fosse ramificata capillarmente e disponesse di spie e informatori in ogni luogo.
Questa forma di “catalogazione” dei nemici del nazismo apre considerazioni in diversi aspetti. In primo luogo “nemici” non erano soltanto coloro che vi si opponevano per ragioni politiche, ma anche per motivi razziali: il razzismo biologico dei nazisti formava uno spartiacque tra cittadini beneficiari di tutele, assistenza e benefici e coloro che ne erano esclusi: la chiusura di attività (industriali, commerciali ecc.), la confisca di beni e liquidità, l’esclusione da posti di lavoro degli ebrei, se da un lato spalancava la porta degli inferi di una vita di stenti, privazioni e rischio a coloro che non volevano o non potevano emigrare, dall’altro favoriva l’inclusione di quanti potevano dimostrare di avere le carte in regola dal punto di vista razziale. Cattedre nelle scuole e nelle università, eliminazione della concorrenza nelle attività commerciali, rilevamenti nell’industria e in ambito bancario e finanziario o in altri ambiti lavorativi legava i beneficiari al regime trasformandoli in sostenitori fedeli e sottomessi.
Si tratta di un fenomeno che inevitabilmente generava molte ambiguità tra la popolazione: non tutti i beneficiari si sentivano antisemiti in senso stretto; molti continuarono a rifornirsi nei negozi ebrei finché questi sopravvivevano, più per convenienza che per solidarietà, anche se questa in molti casi non venne a mancare. Ma questo significava anche chiudere gli occhi su quanto avveniva nei campi di lavoro, o sulla aberrante politica del regime nei confronti di quanti, afflitti da tare genetiche, malformazioni e altro, venivano percepiti e presentati come un peso economico inutile per la comunità, privati di ogni sostegno, spesso sterilizzati e poi eliminati e, comunque, sulla brutalità generalizzata dei nazisti. Il razzismo biologico costituisce un salto qualitativo rispetto a quelli culturale o religioso. Con le leggi di Norimberga il regime entrava nell’intimità, negli affetti, nei sentimenti della popolazione arrogandosi il diritto di annientarli e prepara il terreno alle atrocità di qualche anno più tardi. (In questi anni non si pensa ancora di eliminare gli ebrei ma di espellerli).
La creazione di un “welfare” ad hoc per quanti avevano sangue sufficientemente ariano aveva anche altre implicazioni. Il taglio di risorse destinate a marginali, vagabondi, oppositori e razzialmente inferiori aveva, per il regime, il duplice vantaggio del risparmio da un lato e di una zavorra considerata inutile e dannosa dall’altro. E si connetteva a quello che era il vero motore dell’economia tedesca di quegli anni: il riarmo.
Evans respinge l’idea che un “miracolo economico” sia avvenuto sotto l’egida nazista, sostenendo che i guadagni economici in questo periodo furono, nel migliore dei casi, parziali e frutto di politiche avviate da precedenti amministrazioni, in particolare da Franz von Papen (pp. 313 ss.gg.). Tutti i settori legati in qualche modo al riarmo conobbero incrementi spettacolari: l’industria pesante e l’innovazione, la chimica e la medicina godettero di finanziamenti corposi e garantiti (su un aspetto della medicina durante il terzo reich, in un libro molto discusso e discutibile, vedi: Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista). Ma il riarmo fu finanziato con un disavanzo sempre lievitante che, nell’ottica dei nazisti, sarebbe stato poi riallineato dall’espansione territoriale e quindi economica del reich.
Hitler aveva ben in mente le privazioni e la denutrizione patite dalla popolazione durante la prima guerra mondiale. Cercò di evitarla, ma l’autosufficienza alimentare fu raggiunta solo parzialmente ed anche per questo motivo l’economia era intimamente connessa alla conquista di uno spazio vitale in Europa orientale che avrebbe garantito l’autosufficienza alimentare alla Germania.
Per certi aspetti, dunque, il terzo reich corrispose a una modernizzazione (comunque già in corso) del Paese; modernizzazione che strideva con le fumose e del tutto infondate teorie che vedevano i tedeschi eredi di antiche tradizioni, soprattutto nelle campagne. Non soltanto il lavoro nelle fabbriche venne militarizzato, anche la società lo fu. Evans tuttavia non vede affatto nel nazismo una forma di religione politica. Certamente desiderava un’adesione attiva al regime, ai suoi organi, alle manifestazioni e alla sua politica. In questo senso la sua visione non è distante da quella di Kershaw in All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, ma è condivisibile la sua convinzione nel considerare il nazismo come religione politica troppo generica e poco illuminante, tanto più che le due chiese – protestante e cattolica – riuscirono a mantenere sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.
D’altra parte, la consapevolezza di governare un paese in cui i lavoratori dell’industria superavano quantitativamente i contadini e nel quale i partiti di sinistra, benché annientati e ridotti al silenzio, erano stati fortissimi e ben organizzati, generò nel regime il tentativo di accaparrarsene i favori. Anche in questo ambito Evans è maestro nel mostrare contraddizioni e ambiguità. La sempre più accelerata politica di riarmo aumentava i ritmi di lavoro; la politica edilizia popolare del regime fu nettamente inferiore a quella degli anni di Weimar e la corruzione dilagante negli organi del regime, che raggiungeva vette spettacolari in alcuni alti papaveri, indignava una classe operaia che si vedeva restringere o annullare tutta una serie di servizi sociali. Ma è anche vero che attraverso le organizzazioni di partito godette di benefici(concerti, abbonamenti a teatro, viaggi, escursioni…) e, in una certa misura, di una maggiore stabilità.
Anche la politica estera era strettamente legata a quella interna. I successi di Hitler nella sua politica espansionistica raggiunti senza colpo ferire a danno dell’Austria e della Cecoslovacchia – ottenuti anche grazie alla fallimentare politica di Francia e Gran Bretagna e a quella cinica di Stalin – garantirono a Hitler grande ammirazione anche tra molti che avevano mantenuto un certo riserbo. La questione naturalmente pone il problema del consenso al regime. Domanda scontata ma fuorviante sia perché, come è ovvio, è complicato misurarlo all’interno di una dittatura in cui è bene fingere per tutelarsi; sia perché “di tutte le componenti che determinano la modernità della dittatura nazista, la sua incessante richiesta di legittimazione popolare fu una delle più singolari” attraverso plebisiciti i cui risultati erano naturalmente falsati (p. 116).
Più che di consenso, fu la stanchezza accumulata negli anni precedenti dovuta alle turbolenze sociali e politiche e gli effetti devastanti della grande depressione da un lato (sugli anni Trenta si può vedere Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)) e la spietata durezza del regime dall’altro dimostratosi capace di annientare le forze di sinistra e di opposizione a garantire la remissività della maggioranza della popolazione e l’assenza di un’opposizione di qualche rilievo. A ogni grande evento del regime – la “notte dei lunghi coltelli”, le “leggi di Norimberga”, la “notte dei cristalli” – corrisposero ondate di violenza terrificante. Violenza e intimidazione – chiarisce giustamente Evans in contrapposizione ad altre interpretazioni secondo cui la società tedesca durante il nazismo fu una società dedita all'”autoserveglianza” – erano parte integrante “dei meccanismi di funzionamento del terzo reich” (p. 109).
Infine, come fa l’A. a mantenere incollato il lettore alle quasi 600 pagine di testo? Evans Evans dimostra di padroneggiare una letteratura sconfinata mescolando analisi, fonti e narrazione: articoli di giornale, testimonianze, diari, rapporti della Gestapo o di militanti social-democratici intercalano e connettono la narrazione che scorre fluida e avvincente.
Il pericolo di un approccio così personalizzante, che si presterebbe all’accusa di sentimentalizzare il soggetto, è sventato dall’A. mantenendosi attento a non perdere mai di vista le questioni più ampie e mettendo fortemente in relazione la sua discussione sugli individui con un’analisi della società più in generale. La sua partecipazione empatica e emotiva con le vittime, che pure traspare, non gli fa smarrire l’obiettività dell’analisi e la facilità nel narrare.
Il terzo reich al potere è un libro splendido che meriterebbe un posto in ogni libreria.
Buona lettura.
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Andro Science Sverige - Piller Pris, Recensioner & Köpa

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Recension av Philips OneBlade - YouTube Att skriva en recension - YouTube Printful vs Spreadshirt Review  Shirt Quality Comparison ... Recensioner - YouTube Askungen - Recension

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Recension av Philips OneBlade - YouTube

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